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PER UNA BIOGRAFIA DEL POETA KRESKIJ

Professor Collodi  18/12/2009 - 23:20    Il poeta Kreskij è nato da due donne in un sobborgo di Varsavia all’età di ventidue anni, età che ha mantenuto fino alla fine dei suoi giorni. Il poeta Kreskij è senza dubbio la guida più influente che il mio giovane animo potesse mai ricevere dagli Dei del cielo. Eravamo insieme alla foce del fiume Tago nel 1972 quando, presi dalle nostre scorribande atlantiche e da qualche bevuta di troppo, ci trovammo coinvolti per capriccio in un matrimonio collettivo. Eravamo ancora insieme nel 1985 a declamare poesie su Sinatra morente e sulla corte dei miracoli che lo seguiva, bramosa nel momento unico del trapasso. Eravamo in un certo senso dei profeti, perché Sinatra nel ‘98 effettivamente morì. Kreskij, amico e guida di un tempo, ti rivedo agli angoli di strada e non posso che mettermi a urlare la tua grandezza a questo popolo confuso che non ha accettato la tua poetica ridondante e arciretorica. Quei participi, quei gerundi soavi…quanto del fiume prendemmo quando ci sposammo alle Alpi? Così ho scritto una poesia per te in cui si parla delle tue cavalcate infami e mille e altre mille e poi ancora mille ne scriverò per te e ne farò scrivere ai miei figli. Cosa diresti oggi se ti parlassi della scomparsa della nostra patria o del mio approdo in Italia? Mi porteresti ancora con te alla ricerca disperata di una lingua in grado di descrivere e conciliare gli aspetti più nascosti del nostro animo non tormentato, non confuso, che non ha nulla da occultare? Come vedi non sono in grado di scrivere una biografia coerente e lineare e so che ne saresti orgoglioso. Eri orgoglioso di me quando picchiai quegli orfani e lo saresti oggi se solo potessi vedermi mentre litigo con tutti. Noi non ti meritiamo, Krevskij, io stesso non ti merito… Il poeta Krevskij è morto insieme a due donne in un sobborgo di Pechino. Nel luogo della sua sepoltura cresce un fiore tutte le primavere e ha il colore del fuoco che gli bruciava dentro e l’odore dell’alcool che gli bruciava dentro. Eravamo insieme nel 1973 a rubare le anime degli indigeni dell’Amazzonia e ancora nel ‘74 nel Serengeti a distribuir perline di nessun valore. Declamammo insieme il suo lungo e decisivo poema “A cavallo della mia gente” e non litigammo mai da quel giorno in cui mi trovò. Avevo sedici anni che valevano per cinquantasette e lui se ne accorse subito. Per tutta la vita cercò di farmi regredire all’adolescenza avvicinandosi allo scopo solo nel 1981, quando tentammo di rapire l’imperatore giapponese, quando durante gli appostamenti io raggiunsi i diciassette anni. Il poeta Krevskij scompariva per lunghi periodi e quando tornava aveva sempre un regalo per me, portato da terre lontane. Una volta mi regalò il participio passato e una volta due perifrastiche, una attiva e una passiva. Krevskij, dove sei? Non vedi che non riesco a lasciarti andare? Non senti il mio corpo frantumarsi sotto il peso della tua eredità spirituale (soldi non me ne hai lasciati)? Non credo di farcela. Hai vinto tu, ancora una volta. Ancora una volta la tua lezione è quella di andare avanti senza il popolo, di stare in testa, di precorrere e ammazzare.

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sono vivo, mio giovane discepolo
Farcito  23/12/2009 - 22:14    Caro discepolo Efrem, quanto tempo è passato? Ti ho seguito per tutti questi anni da lontano, di nascosto da tutto e da tutti. Inscenare la mia morte era l'unico modo per separarti da me. Sono al corrente che questa cosa ora ti potrebbe sconvolgere l'esistenza, ma con l'arrivo della primavera, la bestia che ho dentro di me, mi porterà veramente lassù da Czeslawa e Zyta.
Caro Efrem, i miei giovani discepoli che mi accudiscono giorno e notte da oltre 20 anni, parlano di computer, di internet e di tante cose che la mia mente fa fatica a concepire. Io parlo ad alta voce e loro scrivono per me su queste pagine elettroniche.
Una volta mi bastava avere un sole stupendo, un prato fiorito, la mia baita vicino al lago balaton e giovani efebi a cui insegnavo l'arte, la letteratura, la poesia, l'amore per il proprio corpo e quello altrui.
Noi due abbiamo condiviso esperienze di carne viva e mente focosa in quel periodo.
Ancora ora, dopo tanti anni, ogni mattina sogno di svegliarmi nella maniera così aggressiva, dolce e improvvisa, in cui tu mi avevi abituato tutte le volte che, stanco delle mie lezioni serali, ti addormentavi di fianco a me, sul mio enorme letto a baldacchino che avevo nella mia biblioteca.
Ora ti saluto caro Efrem, devo prendere le mie medicine.
Non cercarmi, potrei morire all'istante vedendoti: teniamoci in contatto su questo marchigegno elettronico.
Ti scriverò una lettera ogni settimana.
Buone novelle, mio dicepolo.
Tuo Kazimierz Krevskij.

 
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